Mind wandering e autismo: quando la mente vaga e l’attenzione sembra sparire
Un bambino autistico che sembra “distratto” non è sempre un bambino che non vuole ascoltare.
A volte la sua attenzione non è assente: è semplicemente altrove. Può essere catturata da pensieri interni, immagini mentali, preoccupazioni, sensazioni corporee, paure o interessi molto intensi. Dall’esterno questo può apparire come disinteresse, opposizione o scarsa collaborazione. Ma, in realtà, dietro quella “assenza” può esserci una mente molto attiva.
Questo fenomeno prende il nome di mind wandering, cioè “mente vagante”.
Che cos’è il mind wandering
Il mind wandering è lo spostamento dell’attenzione dall’attività che si sta svolgendo verso contenuti interni: pensieri personali, ricordi, immagini, preoccupazioni, emozioni o riflessioni.
Il mind wandering è un fenomeno presente in tutte le persone. La mente, durante la veglia, può spostarsi dall’attività del momento verso sensazioni interne, pensieri o preoccupazioni personali.
Quindi non parliamo di qualcosa che riguarda solo l’autismo. Tutti possiamo perderci nei pensieri, immaginare il futuro, ripensare al passato o rimuginare su un problema. La differenza è che, nell’autismo, questo fenomeno può assumere caratteristiche particolari: può essere più spontaneo, più difficile da controllare e più legato a stress, ansia, colpa o paura di fallire.
Non è sempre una distrazione volontaria
Quando un bambino non risponde subito a una richiesta, l’adulto può pensare: “Non mi ascolta”, “Mi ignora”, “Non vuole collaborare”.
Ma l’attenzione non funziona in modo così semplice. Prestare attenzione significa riuscire a focalizzarsi su uno stimolo, mantenere quella focalizzazione per un certo tempo e selezionare, tra tanti stimoli interni ed esterni, quello più importante in quel momento.
Per un bambino autistico, questa selezione può essere particolarmente difficile. Il problema non è sempre “non avere attenzione”, ma riuscire a spostarla nel momento giusto, verso ciò che l’adulto considera importante.
Mind wandering spontaneo: quando la mente va altrove da sola
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda la distinzione tra mind wandering deliberato e mind wandering spontaneo.
Il mind wandering deliberato avviene quando una persona sceglie intenzionalmente di lasciar vagare la mente. Il mind wandering spontaneo, invece, avviene quando la mente si sposta altrove senza che la persona lo abbia deciso.
In uno studio di Forby, Pazhoohi e Kingstone del 2026, i partecipanti con più alti tratti autistici hanno riportato punteggi maggiori nel mind wandering spontaneo. In particolare, emergevano affermazioni come: “la mia mente vaga anche quando dovrei fare qualcos’altro” oppure “sento di non avere controllo su quando la mia mente vaga”.
Questo ci aiuta a comprendere meglio alcune situazioni quotidiane. Un bambino che sembra perdersi nei propri pensieri durante un compito, una spiegazione o una richiesta non sta necessariamente scegliendo di disobbedire. Può trovarsi dentro un flusso mentale difficile da interrompere.
Colpa e paura di fallire
La ricerca di Forby et al. aggiunge un dato molto interessante: i tratti autistici più alti sono risultati associati a mind wandering con temi di colpa e paura di fallire. Gli autori hanno usato una scala che includeva contenuti come il timore di sbagliare, di non completare un compito richiesto o di deludere le persone care.
Questo è un punto delicato. Spesso si pensa che le persone autistiche siano poco attente al giudizio degli altri o poco sensibili all’effetto che hanno sulle persone vicine. Ma questo studio suggerisce, almeno nei partecipanti con alti tratti autistici, la presenza di pensieri legati alla paura di non riuscire, di sbagliare o di apparire inadeguati.
Per un bambino, questo può tradursi in una forte pressione interna. Non solo deve seguire una richiesta, ma può anche essere attraversato dalla paura di non riuscire, di essere rimproverato, di deludere l’adulto o di sbagliare ancora.
In questi casi, la mente non vaga in modo piacevole. Vaga dentro contenuti carichi di tensione.
Lo stesso studio ha trovato una correlazione positiva tra tratti autistici e stress percepito. In altre parole, all’aumentare dei tratti autistici aumentavano anche i livelli di stress riportati dai partecipanti.
Attenzione iperselettiva: non poca attenzione, ma attenzione bloccata
Un altro concetto importante è quello di attenzione iperselettiva.
Nei bambini con sintomi di autismo può essere presente un’attenzione rigida e fissa su alcuni oggetti o argomenti. In questi casi, l’attenzione si attiva solo su determinati stimoli, mentre altri vengono trascurati.
Questo significa che il bambino non è necessariamente “senza attenzione”. Può avere un’attenzione molto intensa, ma orientata verso altro.
Il libro fa un esempio chiaro: un bambino interrogato può mettersi a sistemare in modo meticoloso i colori nel proprio astuccio e sembrare non ascoltare l’insegnante, perché in quel momento il bisogno di sistemare ciò che è disordinato è più forte della richiesta esterna.
Questa immagine è molto utile anche per il blog: ciò che per l’adulto è irrilevante, per il bambino può essere in quel momento la priorità assoluta.
Il mind wandering non è sempre negativo
Un punto importante è non demonizzare il mind wandering.
La mente vagante non è sempre un problema. Può servire a rielaborare esperienze, immaginare soluzioni, riflettere su ciò che è accaduto, prepararsi al futuro, regolare l’umore o sviluppare creatività.
Quando non è persistente o eccessivo, il vagare con la mente può avere un’utilità: la mente rielabora pensieri, ricordi, emozioni e sensazioni, cercando a volte di comprendere i comportamenti degli altri o di trovare strategie per affrontare situazioni difficili.
La ricerca di Forby et al., però, mostra che le persone con più alti tratti autistici sembravano riconoscere meno i possibili benefici del mind wandering. Gli autori suggeriscono che aiutare queste persone a usare gli aspetti adattivi della mente vagante, come immaginazione, regolazione dell’umore e problem solving, potrebbe essere utile per sostenere pianificazione, creatività e benessere emotivo.
Il problema, quindi, non è il mind wandering in sé. Il problema nasce quando diventa troppo frequente, troppo intrusivo, troppo negativo o troppo difficile da controllare.
Conclusione
Il mind wandering ci aiuta a guardare l’autismo con uno sguardo più profondo.
Quando un bambino sembra non ascoltare, non sempre il problema è la mancanza di volontà. A volte la sua attenzione è catturata da contenuti interni molto forti: pensieri, immagini, paure, sensazioni, ricordi, interessi o preoccupazioni.
Prima di dire “non mi ascolta”, potremmo chiederci: dov’è la sua attenzione in questo momento?
Perché a volte il bambino autistico non è assente. È presente altrove.
Fonti consultate
Forby, L., Pazhoohi, F., & Kingstone, A. (2026). Autistic Traits and Mind Wandering: A Correlational Study of Themes, Intentionality, and Temporal Focus. Psychological Reports, 0(0), 1–24. https://doi.org/10.1177/00332941261436725
Tribulato, E. (2020). Bambini da liberare. Guida ai pensieri, alle emozioni e ai sentimenti dei bambini con sintomi di autismo. Messina: Centro Studi Logos ODV.
Bled, C., Guillon, Q., Mottron, L., Soulières, I., & Bouvet, L. (2024). Evaluation of a visual cognitive style in autism: A cluster analysis. HAL. hal-04580752v2.
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